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MILANO – 28.01.2020 – L’ombra della ‘ndrangheta

si allunga sul Lago Maggiore. Stamane circa 300 finanzieri hanno eseguito in cinque regioni italiane venti misure cautelari autorizzate dal gip di Milano nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Direzione investigativa antimafia. Associazione a delinquere (per alcuni indagati con l’aggravante dello stampo mafioso) finalizzata alla frode fiscale, all’estorsione, all’usura e all’auto-riciclaggio sono, a vario titolo, le accuse mosse ai destinatari delle misure. Tra gli episodi contestati, uno riguarda il Lago Maggiore. Risale al marzo 2018, così è documentato negli atti di indagine e riportato nell’ordinanza di custodia cautelare, la cena in un ristorante sul golfo Borromeo nella quale un presunto ‘ndranghetista, ritenuto referente lombardo di una cosca calabrese, parla a un imprenditore -oggi finito in manette- della possibilità di entrare nel redditizio business dei rifiuti che gli frutterebbe quattro milioni di euro l’anno.

L’inchiesta nasce dalla denuncia di episodi di usura tra Lecco e la Brianza, con imprenditori cui venivano chiesti tassi esorbitanti. Dalle intercettazioni emergono i contatti con la malavita organizzata e viene scoperta anche una maxi-frode fiscale milionaria (tra il 2016 e il 2018 si contano 160 milioni di euro di operazioni inesistenti e 34 milioni sottratti al Fisco) realizzata tramite società cartiera nel settore delle telecomunicazioni. Le aziende, situate in Italia, in paesi Ue ed extra-Ue, erano intestate a prestanome, in alcuni casi con precedenti anche per associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico di stupefacenti.

Gli inquirenti, seguendo il flusso di denaro, sono arrivati sino in Svizzera e in Croazia. È anche in questi stati esteri che oggi sono state eseguite perquisizioni che hanno interessato anche Lombardia, Piemonte, Lazio, Valle d’Aosta e Calabria e che hanno portato al sequestro preventivo per equivalente di beni mobili (anche quadri di valore) e immobili per 34 milioni di euro.